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DOTTORESSA PERNA

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Mi chiamo Laura Perna e ho 82 anni. Sono rientrata da poco dallo Zaire dove lavoro come medico responsabile di un ospedaletto pediatrico rurale. L'ospedale e' a diversi Km da Kinshasa: un centinaio di letti, un servizio per le urgenze e per le visite ambulatoriali. Attorno le campagne e i villaggi disseminati per chilometri e chilometri. L'ospedale ospita in media attualmente 90 bambini.

Era questo il mio sogno nel cassetto, e l'ho realizzato. Un sogno cominciato tanto tempo fa.

Mi sono laureata nel '42 in lettere antiche. Ma era tempo di guerra e io, guardandomi intorno, mi resi conto di quanto in realta' le persone avessero bisogno di essere curate. Non fu facile dire a mio padre che volevo assolutamente proseguire gli studi. E iscrivermi a medicina. Nella mia famiglia si respirava un clima ancora molto rigido. Le donne dovevano fare le mogli e le madri, non le ricercatrici. Ma questa è stata anche la mia grande fortuna: infatti, ho imparato molto presto ad essere testarda e determinata e a lottare per i miei obbiettivi. E cosi', nel 1951, mi sono laureata in medicina all'Universita' di Roma. Su 700 allievi, solo 40 erano donne. Sarei voluta partire subito per l'Africa, dico la verita'. Ma ho dovuto aspettare piu' di trent'anni. Qui mi sono inserita nella vita ospedaliera accettandone i ritmi e ruoli: fino al 1986 sono stata direttore dell'istituto di clinica della tubercolosi e malattie dell'apparato respiratorio all'Universita' di Siena.

Poi, a 65 anni, la pensione. Fu allora che mi accorsi che le motivazioni di fondo che mi avevano fatto sognare da giovane di andare a fare il medico in un Paese del Terzo Mondo anziche' affievolirsi si erano invece rafforzate. Non ero mai riuscita ad accettare fino in fondo l'idea che si potesse scegliere la professione del medico per arricchirsi. Cosi' un giorno decisi di partire per l'Uganda. Per un mese ho lavorato a Gulu, all'ospedale del Dottor Corti. Ho vissuto circondata da persone dall'umanità ricca e profonda, di grande dignità e fierezza, educate da una cultura tradizionale legata a una saggezza che va all'essenza, un percorso di civiltà che parte da realtà ben differenti da quelle cui siamo abituati. Ed e' li' che ho capito quanto il nostro apporto professionale potesse essere utile. Dopo quattro settimane scoppio' la guerra civile.

Ma il mio sogno aveva gia' preso forma: volevo dare vita ad un dispensario gratuito, a differenza di tutti gli altri che richiedono sempre ai pazienti una seppur minimo contributo in denaro. Fu cosi' che forte solo della mia determinazione, senza nessun contatto o conoscenza, presi carta e penna e scrissi all'Associazione degli amici di Roul Follerot. Con i 60 milioni che quest'associazione mi mise a disposizione aprii nel 1991, in concomitanza con la rivolta e il ladrocinio dei militari, un ospedale e un centro nutrizionale per i bambini dei 23 villaggi che circondano la citta' di Kinshasa. Ed e' questo ospedale ormai la mia casa, la mia famiglia: si lavora senza orari, con l'unico limite della stanchezza, in un rapporto di collaborazione molto stretto e intenso, anche con i nostri infermieri, tutti locali. Quando lavori in una situazione come la nostra, sei talmente assorbito dalle cose che devi fare, dalla lotta quotidiana per la vita che tutta una serie di regole vigenti tra i medici come le competenze e le specializzazioni non valgono piu'. In un ospedale rurale nel cuore dell'Africa devi saper fare di tutto dall'intervento chirurgico d'urgenza alla riduzione di una frattura. E la molla che ti fa superare fatiche e difficolta', e' la consapevolezza di curare persone che senza il tuo intervento potrebbero morire. In Africa, poi, malattie che da noi sono considerate ormai banali, come la broncopolmonite, possono essere mortali.

Uno dei casi che piu' mi ha emozionato e' stato quello di una bambina di nemmeno un anno, arrivata piu' morta che viva, sfinita dal lungo viaggio dal villaggio all'ospedale. Non respirava quasi piu': le abbiamo dato l'ossigeno, iniettato forti dosi di cortisone e penicillina. Era un caso di tubercolosi non curata. Siamo riusciti a salvarla ed e' stata una grandissima gioia vederla rinascere, rifiorire giorno dopo giorno.

Perché tale scelta, vi domanderete. La risposta è molto complessa. Bisogna soprattutto credere nella solidarietà dei popoli e vivere questa esperienza con assoluta disponibilità, sapendo di avere in cambio un arricchimento umano e professionale. Io mi considero una privilegiata, avendo trovato dentro di me la forza necessaria per realizzare il mio sogno e continuando a trovare in me ogni giorno la forza necessaria ad affrontare le difficoltà che inevitabilmente mi si presentano davanti. E poi, c'e' anche il mal d'Africa, lo riconosco: la nostalgia dei grandi spazi, della natura incontaminata, del rapporto vivo, immediato con la gente africana, con le nostre infermiere nere... Ho proprio intenzione di ripartire il prima possibile.
Laura Perna - Ospedale pediatrico MONTNGAFULA KIMBONDO KINSHASA
Rep. Democratica del Congo
BP 16181

 
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